Episode 4

Astrazione 2.0

Edit. Avevo pubblicato questo post inserendo delle immagini a caso, “vagamente astratte”, non disponendo di altro materiale inerente e non volendo assolutamente cercare roba su internet. Dopo averlo pubblicato ho visto questo disegno di OldRgr e non ho potuto fare a meno di pensare che fosse assolutamente perfetto per i contenuti qui proposti. Lo ringrazio per averi permesso di utilizzarlo. Fate un giro sulla sua pagina Instagram, ne vale la pena.
Se, tutto sommato, non ve ne frega nulla dei contenuti e siete soltanto incuriositi dal disegno andate direttamente in fondo al post. Non vi giudico.

Una delle cose che più mi spaventano della società odierna è la progressiva, inarrestabile perdita del contatto con la realtà alla quale si è sottoposti utilizzando internet. La diversità con la quale il “mondo virtuale” sortisce effetti sull’individuo in base all’età, al livello culturale, all’ambiente sociale nel quale è inserito è tanto tremenda quanto affascinante.

Più tremenda che affascinante.

Il progressivo distacco con “il mondo fisico”.

ASTRAZIONE.

In informatica: «Astrazione – Un concetto o un’idea non associata a nessuna istanza specifica.»

“La pratica dell’astrazione, in informatica, consiste nel presentare un sistema in maniera ridotta ai soli dettagli considerati essenziali all’interesse specifico”.

Dalla programmazione con le valvole, dove si doveva “fisicamente” manipolare un oggetto per programmare una macchina ai linguaggi assembly, dove si controlla l’hardware con dei set di istruzioni a basso livello. Dai linguaggi di programmazione in cui, utilizzando delle istruzioni in “linguaggio naturale”, ci si può dimenticare, per certi versi, delle componenti fisiche e scrivere codice quasi come se si stesse “dicendo” ciò che bisogna fare, alle interfacce grafiche, dove basta trascinare un pulsante in un apposito spazio, assegnargli un’azione et voilà, il gioco è fatto, senza il reale bisogno di avere conoscenza dei linguaggi di programmazione di cui sopra. Dalla combo “mouse & tastiera” alle periferiche touch, alle gestures, ai comandi vocali, alla realtà virtuale.
Un processo che ha portato all’aggiunta di strati, di livelli, tra ciò che è fisico, materiale, reale e ciò che vediamo sullo schermo di un dispositivo.

Astraiamo un attimo il concetto di astrazione. [??!?]

L’aumentare del dislivello tra il punto più basso e quello più alto, lo stare al duecentesimo piano di un grattacielo senza avere idea di ciò che accade realmente nell’atrio, accontentandosi del “saperlo perché ce lo raccontano”. L’abbattimento delle distanze fisiche in favore di un’altra distanza, quella “emotiva”, sempre maggiore.
Sono un individuo perfettamente integrato nel mondo digitale: ho 30 anni nel 2019, parlo con la tecnologia, riesco a muovermi agilmente tra un software e l’altro e, al di là della mia rapida capacità di apprendimento, ho avuto a che fare con internet e i computer sin  dall’età di 10 anni, ma.
Ma ho giocato “a pallone”, ho consumato migliaia di mattoncini Lego, mi sono più volte grattugiato le ginocchia a forza di cadute dalla bici, ho avuto le mani congelate per aver costruito un pupazzo di neve senza guanti, ho avuto i miei buoni amici, con i quali giocare prima e, poi, con i quali parlare, confrontarmi, con i quali crescere, non da una parte all’altra di uno schermo. Ho vissuto il climax della crescita tecnologica, dell’evoluzione dei software e l’avvento dei social in maniera graduale, misurata.

Sono consapevole.

Consapevole di star utilizzando un mezzo, uno strumento molto potente e potenzialmente pericoloso, se usato in modo sbagliato (come ogni cosa, certo). Consapevole di dover filtrare ciò che mi giunge tramite lo schermo dello smartphone, consapevole del fatto che il mondo vero è “lì fuori”.
Le nuove generazioni sono bombardate, i bambini nascono letteralmente con uno schermo davanti agli occhi. La mancanza di consapevolezza porta i neo-genitori ad utilizzare lo smartphone, il tablet, il computer, la console come un qualsiasi mezzo per “placare” i propri figli. Bambini di due anni in grado di accendere autonomamente il tablet, entrare su YouTube e guardare cartoni animati, e ogni sorta di schifezza di cui, purtroppo, la rete abbonda.
L’astrazione dal mondo fisico porta ad una serie di conseguenze catastrofiche per il normale svolgimento dell’attività sociale degli individui, che sta letteralmente “perdendo una e”, diventando mera attività “social”; le più gravi tra queste, a mio avviso, sono la mancanza di filtri nell’assorbire il flusso di informazioni al quale siamo sottoposti ogni giorno e la perdita del collegamento tra causa ed effetto, tra azione e reazione.

La prima ha generato una sorta di nuova forma di “ignoranza”, che si integra alla sua più classica accezione: l’ignoranza del “non sapere” diventa quella del “sapere troppo e male”. Potrei parlare, a questo proposito, delle cosiddette “fake news”, le “bufale”, fenomeno arcinoto e, purtroppo, dilagante sulla rete, che porta le persone ad assorbire qualsiasi stronzata venga loro propinata su internet, senza alcun riguardo per la fonte da cui essa proviene. È così che nascono movimenti, correnti di pensiero, a volte per gioco, e prendono piede, si spargono tra l’utenza “vittima” di internet come un’epidemia, alla quale si sta ancora cercando un vaccino.

La seconda di queste “conseguenze critiche” è come il delta di un fiume, che si dirama e porta la sua acqua inquinata al mare; alcuni di questi rami sono decisamente di portata minore e, pertanto, hanno conseguenze meno gravi (ma non meno fastidiose) sulla vivibilità di internet, altri possono avere dimensioni decisamente più imponenti e riversare una quantità di fango tale da poter addirittura uccidere… e sto ovviamente parlando di fenomeni come quello del cyber bullismo. Non starò qui a parlare nel dettaglio di questioni così delicate perché 1. non era mia intenzione addentrarmi troppo in profondità nell’argomento, 2. ok che sto scrivendo di una question per me estremamente delicata ma non voglio far tagliare le vene a nessuno e 3. ad un certo punto dovrò anche andare a dormire, vista la sveglia alle 6. Dico soltanto che il cyber bullismo è forse il fenomeno che meglio dipinge il quadro dell’assurdità di questa forte “astrazione” dalla realtà: un bullo, per ferirti, per renderti la vita difficile (sono stato a mia volta di una forma “light” di bullismo, da piccolo) deve compiere un’azione fisica, spiacevole e/o spiacevolmente ricorrente nei tuoi confronti; un cyber bullo ha soltanto bisogno di uno smartphone e di una soggetto psicologicamente debole. La fragilità della personalità di tanti ragazzi utilizzatori di internet e la facilità con la quale altri riescano ad approfittarsi di un così precario equilibrio mentale per far loro del male fino a portarli, in alcuni casi a togliersi la vita è, per me, sconvolgente. Ed è, ripeto, un esempio lampante di come la vita “social” si sostituisca, nel bene e nel male, alla vita sociale.

D’altra parte, in maniera minore, e qui parlo da persona che si sente, in quale che modo, direttamente interessata da questo fenomeno, “la gente dice quello che cazzo gli pare”. I filtri di leopardiana memoria fanno si che le persone si sentano in diritto di poter scrivere ciò che vogliono, di potersi rivolgere ad altre persone nel più becero dei modi. “Tanto non devo guardarlo in faccia né tantomeno averci realmente a che fare”. Ciò ha reso, dal mio punto di vista, la piazza “virtuale” pressoché infrequentabile. Moltissime persone pullulano su forum, gruppi, spazi “condivisi” con altre persone per il solo scopo di sfogare una frustrazione che neanche sanno realmente di avere.

Per me il “social network” è potenzialmente una figata pazzesca.

Un modo diverso di comunicare, non un sostituto della carta o della voce ma semplicemente un’alternativa che consente di raggiungere molto più facilmente e in minor tempo persone lontane. Grazie ai social network riesco a restare in contatto con dei miei amici carissimi che vivono all’estero, grazie ai social network ho conosciuto Alessandro, tramite il quale ho conosciuto Fortunato: in un certo senso è “grazie ai social network” se io sono qui, ora, in Scozia, a non dormire. Ma è un modo ALTERNATIVO di comunicare. Io scrivo sui social network cose che direi anche di persona, che scriverei anche su carta, delle quali parlerei anche durante una telefonata.

Alessio sui social network è Alessio.

Non è forse ciò che sto facendo anche in questo istante?

Il “social” è, potenzialmente, una delle più grandi figate degli ultimi anni, se non fosse per l’utilizzo sbagliato che se ne fa. E dunque, dicevo, moltissime persone frequentano spazi “pubblici” sentendosi in diritto di scrivere qualsiasi stronzata (mi ripeto), di rispondere in qualsiasi modo ad altri utenti (n.b. altre persone), di mancare sistematicamente di rispetto ad altri individui, alla loro sensibilità, alla loro professionalità, insomma, comportandosi come se il fatto di non aver a che fare DIRETTAMENTE con una persona li autorizzasse a poter fare ciò che vogliono. Ciò mi ha portato, negli anni, ad allontanarmi progressivamente da contesti “social”, per il semplice fatto del non riuscire a tollerare che una persona possa sentirsi legittimata nel mancare di rispetto a un’altra o, più semplicemente, di scrivere tutto ciò che le possa passare per la testa, senza filtro. Prendiamo ad esempio un caso che mi riguarda particolarmente da vicino la fotografia. Se io dovessi trovarmi (e mi ci sono trovato) a dover sostenere su una “piazza virtuale” conversazione inerente a un settore del quale mi occupo prima di tutto per passione e poi per lavoro, scriverei ciò che pensò, come se fossi in una conversazione con persone fisiche in un ambiente pubblico, con in più la possibilità di poter cercare su internet qualsiasi cosa, anche durante la conversazione stessa, per poter ampliare il mio bagaglio di conoscenze in merito all’argomento di discussione ed è questo, per me, uno degli aspetti più belli e potenti dell’internet usata con consapevolezza; moltissime persone, invece, non possedendo neanche una base solida sull’argomento del quale si sta discutendo, scrivono a sproposito, a vanvera, insistendo su delle convinzioni palesemente errate e rispondendo a brutto muso se smentiti.
È dunque così, con una semplicità inaudita, che prendono piede atteggiamenti propri di un mezzo nuovo, atteggiamenti figli di un tempo e di uno spazio diversi, che non potrebbero mai sostituire il tempo e lo spazio della vita reale sul pianeta Terra ma che, di fatto, lo stanno facendo.

Non inizio neanche a parlare di altri fenomeni quali la saturazione mediatica e altri ancora che riguardano direttamente l’attività di tanti professionisti: non voglio risultare più pesante di quanto non lo si già stato finora.
Nel mio tentativo di fuggire dalla “piazza pubblica social” ho più volte pensato di “cancellarmi”, di “sparire” dalla scena virtuale, ma ho sempre rinunciato, dovendo ammettere a me stesso e al mondo l’utilità, per certi versi, nel 2014+, della presenza sull’internet, per un libero professionista che opera nel campo delle arti visive. Mi sono “limitato” allo stare alla larga da qualsiasi situazione potenzialmente “tossica” per la mia persona sociale, a limitare l’attività allo stretto indispensabile, all’utilizzare i social come un mezzo di CONDIVISIONE, che resta, per me, il più nobile tra i possibili impieghi di questo potente mezzo a nostra disposizione.

Vorrei solo, prima di darmi una botta in testa e addormentarmi qui sul tavolo, porre un’ulteriore questione all’attenzione di chiunque stia leggendo queste disperate righe: la questione dell’importanza del CONTESTO. Il concetto di “contesto” è, per me, uno tra i più importanti in assoluto, è uno degli insegnamenti che più mi sono rimasti impressi, al termine del mio iter di formazione accademica, perché è ciò che determina il senso di un’azione piuttosto che di un’altra, di una frase piuttosto che di un’altra. Spesso su internet, sui social, il concetto di “contesto” viene letteralmente ignorato, proprio in favore di quella maledetta astrazione, che sarebbe una roba stupenda, se solo non fosse stata alterata e reinterpretata nella sua accezione più negativa. Spesso su internet, sui social, le persone fisiche ma virtuali si trovano ad “agire” nella più totale noncuranza del contesto nel quale si trovano e ciò le porta a risultare sgradevoli, fuori luogo, “fuori contesto”, appunto.

Non vado oltre perché questo è un argomento che merita, per me, molta più lucidità di quella che riuscirei a dedicargli ora, con la botta in testa che dovrebbe ormai essere arrivata da tempo.

Mi concedo al sonno lasciando una riflessione e un invito a CHIUNQUE: l’essere umano è un animale dotato di coscienza, intelligente, capace di provare e trasmettere emozioni, che ha subito, nel corso dei millenni, un processo di evoluzione, anche e soprattutto tecnologica, clamoroso; non buttiamo nel cesso tutto ciò in virtù di una forma malata di libertà, di un bug comportamentale, di un set di “nuove istruzioni” che ci portano a regredire sempre di più, in un mondo ormai totalmente proiettato verso il futuro.

Internet è solo un “nuovo, meraviglioso strumento a nostra disposizione, non facciamone l’arma che ci porterà all’alienazione, non facciamone un luogo nel quale invalidare il concetto di “rispetto”.
Per qualsiasi “azione” esiste un giusto contesto, non ripariamoci dietro lo schermo di un cazz di telefono per sentirci al di sopra di tutto e di tutti.
Ah, e soprattutto: il concetto di “decenza” non è ancora passato di moda, non del tutto. Teniamolo sempre a mente.

Ah, e la terra non è piatta, porca puttana.

Cheers